mercoledì 14 febbraio 2018

Qui non c'è niente da comprare.

In un blog che si pone come obiettivo la lotta alle radici culturali della violenza maschile e sociale sulla donna, attraverso la pratica e la riflessione intorno al consumo critico, cioè al rifiuto da parte del popolo consumatore di acquistare prodotti che vengono immessi sul mercato e reclamizzati attraverso campagne pubblicitarie dai contenuti sessisti, discriminanti e violenti, questo manifesto forse non dovrebbe starci. Esso reclamizza un prodotto immateriale, addirittura un'istituzione culturale con un progetto nobile, necessario, ma non presenta al pubblico un prodotto commerciale in senso stretto, qui non c'è niente da comprare, al massimo c'è un museo da visitare. 
Tuttavia, ritengo necessario, ancora una volta, ritornare su questo particolare capitolo del sessismo simbolico nei contenuti della comunicazione di massa, (il primo caso di questo particolare capitolo che potrei definire "istituzionale" da me denunciato fu quello clamoroso della campagna che lanciava l'apertura della Triennale Bovisa di Milano del 2006 di cui lungamente parlo nel mio libro Chi è il maestro del lupo cattivo? e che si può trovare al link: http://www.ilmaestrodellupocattivo.it/lc/) e vi dico perché: 
1) perché sempre di un'affissione pubblica si tratta, quindi a fruizione obbligatoria; 
2) perché l'ho visto e fotografato il 13 febbraio 2018, cioè pochi giorni dopo la tanto rumorosa quanto sporadica campagna di proteste contro il manifesto di cui al post precedente, che sembrava precipitato sulla terra in una città de-sessistizzata, dove nessuno avesse mai visto altre campagne da far rimuovere; 
3) perché l'affissione ha un anno di esposizione, cioè quel 5 marzo che leggete si riferisce al 2017, quindi è stagionata al punto giusto da evitare commenti del tipo "non abbiamo fatto in tempo a vederla"; 
4) perché sotto l'immagine c'è una lunga fila di loghi che rappresentano le nostre istituzioni più importanti, dall'UE alla città di Napoli; 
5) perché, tutto sommato, è un caso difficile, non di quelli che vengono prontamente criticati perché facili, osceni, volgari, come si dice per fare presto e male, quindi un caso su cui vale la pena di soffermarsi, almeno per discuterne la problematicità in un campo in cui certezze non ce ne sono per nessuno; 
6) perché nella sola piazza in cui ho fotografato questo manifesto c'erano contemporaneamente affisse almeno altre tre campagne sessiste differenti passate sotto silenzio, quindi lo prenderei in considerazione anche come campione di ampia distrazione-multipla-collettiva.
Detto ciò, il manifesto si commenta da solo! 
L'immagine contiene gli stereotipi classici del sessismo nella pubblicità, gli stessi dei detersivi, dei materassi, delle mutande ecc. 
La donna:
- viene presa a simbolo della comunicazione e ritenuta perciò necessaria e sufficiente sintesi dell'incitamento al "consumo" (anche se qui è culturale, poco cambia); 
e viene rappresentata
- da sola, 
- decotestualizzata, 
- in un non-lougo, 
- senza identità cioè senza testa né volto, 
- ovviamente nuda, 
- probabilmente bella,
- certamente sexy, 
- in una posa ammiccante, abbracciandosi da sola e con la testa inclinata, 
- con il logo della Città della Scienza inutilmente ripetuto e messo più grande in vicinanza del sedere, sedere che viene ipocritamente nascosto con delle nuvolette, 
- benché nuda e ridotta a scheletro, non rinuncia alla civetteria delle unghie smaltate, 
- con lo slogan "La tua Campania cresce in Europa" piccolo, anch'esso messo in prossimità del citato sedere.
Non so se della stessa campagna facessero parte anche scene con immagini maschili, ma francamente in questa sede non mi interessa nemmeno indagare: la piazza dello stadio in cui passeggiavo era occupata da questa scena e di questa mi sono occupato.
Questa volta non concludo come al solito dichiarando la mia intenzione a non comprare, anzi andrò anch'io sicuramente in questo museo perché la faccenda di questa cattiva comunicazione sembrerebbe svincolata dalle politiche culturali dell'istituzione stessa. Diciamo così: una brutta distrazione. 
Tuttavia, il caso deve farci riflettere su come il sessismo sia presente sempre e ovunque, a volte addirittura nelle campagne contro la violenza sulla donna. Il sistema di segni, simboli, significati che viaggiano alla luce del sole o filtrano nel subliminare è endemico, potente e pervasivo: tutt* ne siamo intris* e non facciamo la giusta attenzione quando, anche da pubblic* amministratori o amministratrici, dobbiamo dare l'autorizzazione per apporre un logo ed avallare una data campagna. 
Possibile che in tutte quelle istituzioni che hanno "firmato" la campagna non ci fosse nessun* che avesse avuto qualcosa da ridire in merito? 
Cerchiamo di farla crescere davvero questa Campania in Europa.

domenica 11 febbraio 2018

I bambini ci guardano. Male!



Provo a commentare questo fatto di cronaca napoletana attraverso le parole di un articolo che lo descrive, approfittando per esprimere i miei commenti in merito ad entrambi, articolo e fatto.
L'articolo riportato in colore nero è di Attilio Iannuzzo ed è apparso su Il Mattino on line di Napoli il 9 febbraio 2018. In rosso corsivo le mie considerazioni.
Napoli, è bufera sullo spot davanti all’ospedale dei bambini: «Pubblicità oscena, intervenga l’Authority»
Innanzitutto analizziamo i termini utilizzati nel titolo: bufera.
La percezione che si ha leggendo questi ed altri episodici articoli di giornale che si occupano di questi fatti (sempre trattati come fatti di cronaca e non di cultura nazionale) è che ci sia un reale sommovimento in città – Napoli, Roma o Milano non importa –, che la città sia colpita addirittura da una "bufera". Chi si occupa di queste faccende sa benissimo che ciò non è assolutamente vero. La città di Napoli, come le altre, ospita centinaia di migliaia di abitanti che hanno tollerato migliaia di campagne violente e sessiste per decine di anni senza dire praticamente niente. Una piccola, piccolissima, minuscola quantità di questi abitanti, essenzialmente donne, ha protestato negli anni per alcune campagne che si presentavano assai eloquenti, esplicite e violente (ricordiamo per tutte quella di Relish con i poliziotti che fermavano le due ragazze e le molestavano pesantemente), senza sollevare bufere mentre sul grattacielo di fronte a quella campeggiava una pubblicità con due donne che si accingevano a succhiare, eroticamente esaltate, la testa di due grossi serpenti che avvolgevano il loro corpo. Queste centinaia di migliaia di persone fingono di non vedere i milioni di metri quadrati di istigazione alla violenza comparsi su Via Marina e altre strade tutti i giorni per anni. Anche nel caso odierno, sono sicuro che se andassi in giro per Napoli oggi o domani potrei fotografare venti o trenta campagne sessiste contemporaneamente affisse, forse più violente e velenose di questa, ma forse meno facilmente percepibili (ieri 9 febbraio 2018 in Piazza Garibaldi per esempio ho visto troneggiare su un palazzo, a destra della stazione uscendo, un grandissimo cartellone con una campagna non meno violenta di questa e non ho letto niente in proposito). Quindi: attenzione alla parola "bufera", dà l'impressione che le masse si agitino. Non è ancora vero!

"Pubblicità oscena". Alcuni anni fa sono stato invitato in un centro anti-violenza di Ravenna proprio per discutere del linguaggio dei media in merito alle cronache di stupro e violenza sulle donne. L'argomento era il lessico, il vocabolario, le accezioni delle parole nella lingua comune e il loro uso per descrivere fatti e fenomeni di violenza. Alla luce di quelle e di altre considerazioni linguistiche succedutesi negli anni in convegni e seminari, appare evidente che  "osceno" non è l'aggettivo adatto per questa scena. Essa è violenta, non oscena. "Oscena", "osé", "piccante", "provocante", "spinta" sono alcuni dei tanti modi di esprimersi per generare consapevolmente o inconsapevolmente (non so cosa sia peggio!) una forma di indulgenza, di tolleranza compiacente e cameratesca davanti al dilagare di culture e atteggiamenti maschilisti e discriminanti affermatesi nel corso di questi ultimi 30 anni e forse patrimonio dell'intera nostra nazione da lunghissimo tempo. Questa scena non esprime oscenità: esprime piuttosto una ben radicata cultura maschilista e violenta italiana non più tollerabile e non più confinabile nel mondo dei sorrisetti e dei colpi di gomito tra amici.

"Intervenga l'authority". Di cosa stiamo veramente parlando? Esiste un'autorità pubblica, cioè istituzionale, con poteri reali e codificati che possa intervenire per far rimuovere da spazi pubblici (e da quelli in concessione a privati?) un'affissione pubblicitaria sulla base di una valutazione legata ai concetti di violenza, discriminazione sessista, omofobia e simili? Fortunatamente no! Mi sono già più volte espresso sulla contrarietà mia personale all'istituzione di tale organismo e più volte mi sono dichiarato contrario nel ricorrere ad istituzioni private che si sono autocandidate a svolgere questa attività. A Napoli esiste un tavolo inter-assessorile per le Pari Opportunità che si è occupato di questo manifesto facendo scaturire, se ho capito bene, l'ordinanza sindacale di rimozione. Questa è una cosa civile, di buonissima volontà, ma i problemi sono tantissimi: questo tavolo è attivo in base a quale regolamento? In base a quali analisi delle immagini, inoppugnabile in termini di legge, si emette questa ordinanza? E se l'azienda denuncia il sindaco, avrà torto sicuramente? E cosa significa per il cittadino, a questo punto, dopo la rimozione di oggi, trovarsi di fronte a tutte le altre migliaia di manifesti sessisti che annualmente NON vengono rimossi? Penserà che sono giusti, visibili, corretti! Il tema della censura, come si capisce, è scivolosissimo e andrebbe trattato in maniera esaustiva tra addetti ai lavori realmente informati del problema e delle tante considerazioni connesse. Tuttavia, di fronte ad eventuali regolamenti di impossibile attuazione (chi misura e giudica la violenza, il sessismo, gli stereotipi, i gesti? e in base a quali parametri?) sono dell'idea che le strade da percorrere siano ben diverse ed essenzialmente di cultura e formazione civile.  

Non è la solita pubblicità.

Invece sì! È proprio la solita pubblicità! Con attori e marche diverse, ma si iscrive esattamente nello stesso libro della violenza di migliaia di altre passate, presenti e molto probabilmente future.

Soprattutto quando viene collocata davanti un ospedale, il Pausilipon.

Passiamo alla questione della collocazione: "davanti all'ospedale dei bambini". Come già in un'altra occasione di protesta di pochi anni fa per manifesti apparsi davanti a una scuola elementare di Milano, qualsiasi persona di buon senso si starà chiedendo perché la cosa dovrebbe apparire più grave in virtù del fatto che la campagna sia affissa davanti all'ospedale. I bambini e le bambine degenti sono colpiti dal messaggio solo se sta davanti all'ospedale? E se fosse lungo la strada per arrivare all'ospedale o lungo quella per tornare guariti a casa sarebbe meno grave? È evidente quindi che non è una questione di luogo di affissione e mi chiedo cos'è questa visione pietistica e bigotta della realtà? La cosa è grave e basta. Per tutti, tutte, dovunque e sempre. Tuttavia, si impone un'altra riflessione: sarebbe scoppiata la "bufera" se lo stesso manifesto fosse stato affisso in via Marina o altrove e non davanti ad un ospedale, per giunta per bambini? La stessa ditta produttrice ci informa che ne hanno affissi ben 200 in città che, calcolando una superficie di 6x3 m ciascuno, cioè 18mq, fa 3.600 metri quadrati di immagine violenta passati nel silenzio prima di questo dell'ospedale. Voglio solo sperare che l'ospedale sia stato solo il pretesto e non il vero problema.  

Artefice della propaganda un’azienda di articoli sportivi. Un uomo prende con la mano sinistra i capelli di una donna, tirandoli con fare violento, l’altra mano poggiata sull'anca. I due sono nudi e tatuati.

Il problema della pubblicità sessista, come più volte dimostrato, non è mai collegato alla nudità e, ancor meno ai tatuaggi che non capisco in che modo debbano destare la nostra attenzione. Forse che uno o due persone tatuate appartengano a nuove categorie di "diversi" da additare alle folle?

Il rammarico di numerosi genitori, che lottando con le proprie sofferenze e quelle dei figli devono ogni giorno sfiorare con lo sguardo immagini volgari,

Come detto prima, le parole sono importanti e possono orientare il lettore verso considerazioni più o meno accondiscendenti. "Volgare" è meno grave di violento, di sessista. Quindi, facciamoci coraggio diciamo che questa azienda e questi pubblicitari e anche i loro consumatori e consumatrici che acquisteranno il prodotto(?) stanno scrivendo pagine di violenza contro la donna, non pagine di volgarità.
Alcuni potrebbero chiedere perché? Si tratta di due che fanno l'amore, che male c'è? Siamo arcaici e bacchettoni? E qui la cosa si complica. A ben vedere, in effetti, la scena – ambientata in un caratteristico non-spazio pubblicitario scadente – ci mostra, dal punto di vista iconografico, un uomo e una donna nudi che fanno l'amore con lui dietro e lei davanti di spalle. Un momento erotico reale, probabile, di due che simulano di farlo davvero, dove lei sembra addirittura contenta, nella solita estasi pre-orgasmica della pubblicità sessista. Cos'è che non va? Cos'è che mi spinge a dire che siamo di fronte a un'immagine violenta? Diversi elementi.
Innanzitutto siamo di fronte a una fotografia pubblicitaria per la vendita e non ad una foto dell'album privato dei due. E questo basterebbe già a spiegare i miei motivi di avversione. Ma mi spiego meglio.
A causa di ciò, cioè a causa del posizionamento su una fotografia qualunque di un nome di marca, di un brand, di uno slogan, la stessa foto smette di essere un ricordo erotico privato e diventa un veicolo di marketing, uno strumento per attuare quelle tecniche che prevedono l'utilizzo di stereotipi, modelli, schemi facilmente comprensibili, diretti e convincenti ai quali il pubblico dovrebbe affezionarsi e correre ad acquistare. E questi stereotipi sono violenti e sessisti perché l'espressione dell'uomo non è in sintonia con quella della donna. Le mani di lui afferrano capelli e fianchi, lo sguardo è di conquista e dominio, non di complicità E questa è iconografia, non una mia opinione. L'uomo non sta amando quella donna ma le sta facendo l'amore addosso. Ecco dov'è la violenza che viene raccontata a quei bambini davanti all'ospedale. I due non si amano, ma lui prende lei. Parola di maschio adulto!

mai come in questo caso fuori luogo.

No, caro Iannuzzo, tutte le immagini violente e sessiste sono "fuori luogo" (altra espressione indulgente), non solo questa.

«Possibile che il Comune di Napoli – scrive Alessandra sui social – debba consentire questa vergogna? Sotto l’ospedale Pausilipon? Nessuno dice o si accorge di nulla?». Alla valanga di polemiche su pubblicità in città

La bufera si è trasformata addirittura in "valanga"

c’è chi fa sconti all'Amministrazione Comunale additando gli Organi di garanzia: «Più che il Comune di Napoli - dice un residente - dovrebbe essere l’Authority ad intervenire, ma in questa città tutti fanno quello che vogliono».

Ottimo rinforzo da parte del giornalista per una visione qualunquista del problema e della funzione stessa della partecipazione di questo cittadino che certamente non avrà mai mosso un dito per cambiare questo "tutti fanno quello che vogliono"

«Il Comune proceda immediatamente alla rimozione del manifesto »incriminato«. È un atto dovuto per le immagini che contiene e per il messaggio sbagliato che dà, ma anche una forma di rispetto per la sofferenza dei minori ricoverati all'ospedale pediatrico partenopeo, Pausilipon -Santobono e dei loro familiari».

Fin qui vale quanto detto sopra, con affetto nei confronti dei piccoli degenti, naturalmente, e dei loro genitori e dei loro fratelli e delle loro sorelle e dei passanti  e dei vigili urbani e degli operatori ecologici e dei negozianti circostanti e dei turisti ecc.

È quanto auspica Mara Carfagna, deputato e consigliere comunale a Napoli per Forza Italia in merito al manifesto pubblicitario dai contenuti osé

Ancora questa espressione "osé" datata e indulgente che compare sulla stampa frequentemente.

affisso dinanzi al polo ospedaliero partenopeo. «Le pareti delle nostre città - dice - non possono essere utilizzate senza criterio, né controllo. Ecco perché il governo di centrodestra, quando ero ministro, aveva stipulato un accordo tra Dipartimento per le Pari Opportunità e l'istituto per l' Autodisciplina Pubblicitaria che consentiva il ritiro di campagne pubblicitarie violente o sessiste nel giro di pochissimo tempo. Pensiamo che quello strumento debba essere utilizzato più e meglio di quanto sia stato fatto in questi anni».Venerdì 9 Febbraio 2018, 11:51

Qui occorre un intervento di restauro della realtà perché altrimenti tutto diventa verità e questo non ce lo possiamo più permettere. La persona cui viene chiesto il parere – scelta piuttosto discutibile nel panorama composto di centinaia di donne che anche a Napoli si battono tutti i giorni contro la violenza in strutture e associazioni – ha rappresentato per milioni di italiani e di italiane esattamente il simbolo di quel sessismo che vorremmo combattere anche nella pubblicità, impersonando mirabilmente la figura della donna in politica agli ordini del maschio. La realtà che descrive operativamente non è mai esistita e io ne sono testimone e mi assumo le responsabilità dei ricordi che espongo. La tanto sbandierata attività di governo – che in quanto governo di centrodestra non sarebbe forse neanche tenuto ad occuparsi dei diritti delle donne, ma questa è un'appassionante discussione da rinviare ad altra sede – non ha dato alcun risultato concreto (come tutt* possiamo vedere) e nemmeno immaginario: è stata una triste pagina di propaganda portata avanti da persone che evidentemente non conoscevano il problema, tanto da immaginare una possibilità normativa per un problema che è culturale e millenario e non si può certo rinchiudere in alcun regolamento, né comunale né di governo. Inoltre, l'istituto di cui si parla sopra è un organismo privato composto da pubblicitari privati che da anni avrebbero dovuto autogovernarsi e non solo non lo hanno fatto, ma si sono "distratti" all'apparire di interi nuovi filoni di pubblicità, come l'introduzione di modelle bambine già sessualizzate e assimilate alle immagini delle modelle adulte che sono divenute intanto sempre più esplicite nei loro richiami alla sottomissione sessuale e all'oggettivazione della donna, come dimostra la donna tirata per i capelli del manifesto in oggetto. Le pubblicità in questi anni hanno continuato ad ammorbare gli spazi collettivi delle nostre città, diventando sempre più violente e sessiste. Zero inversioni di tendenza. Zero risultati reali. Zero tempi brevi. Zero campagne di sensibilizzazione popolari e diffuse. Zero atteggiamenti di consumo critico, per carità, vogliamo bloccare l'economia? Tutto si è limitato a qualche rarissimo intervento di tardiva eliminazione di alcune campagne assai esplicite (e quindi facilmente identificabili) nel mare magno di immagini violente che – anche sul palazzo di fronte a quella di cui si discute oggi – hanno continuato ad esistere indisturbate.
A questo punto dopo aver scoperto l'esistenza di questa ditta ERICK EVANS sarò ben lieto di rivolgere altrove i miei acquisti in materia di sport. Il mondo è pieno di magliette per correre. E anche per stare fermi! 





giovedì 14 dicembre 2017

Un albergo a zero stelle







Oggi ci sono alberghi anche a 7 stelle. Meraviglia del lusso e dello status sociale: recinti destinati a quelli che in un modo o nell'altro hanno i soldi per andarci. Questa riflessione ha invece per oggetto le categorie sottostanti dell'accoglienza turistica, colpite da un'abitudine sempre più frequente che ne sta permeando, direi infettando, la comunicazione e la pubblicità. L'infezione, che si propaga dai 5 stelle lusso fino ai più modesti B&B della provincia italiana, continua a fare strage dell'immagine, dell'immaginario, della considerazione della donna e, di conseguenza, anche dell'uomo che dovrebbe costruire – un giorno – delle relazioni rispettose con essa. 

I CASO
Di recente mi sono trovato a dover annullare una prenotazione per il B&B di Viterbo A piazza del Gesù proprio mentre la effettuavo perché, scorrendo le pagine del sito, mi sono imbattuto nella fotografia di una camera molto bella che presentava una donna molto bella in mutande e canottiera distesa sul letto da sola, con apparente aria di rilassamento, non volgare ma non necessaria. Non era la prima volta che mi imbattevo in un'immagine del genere (donna su o accanto al letto da sola, più o meno vestita, senza traccia di uomo) per un B&B e allora ho approfittato per segnalare la sua inopportunità al proprietario, comunicandogli che, a causa di ciò, avevo cambiato idea sulla prenotazione: la annullavo. Il signore mi ha risposto che non capiva proprio, era sorpreso, e mi ha informato (!!!) che si trattava di una bellissima fotografia, molto apprezzata dai loro clienti. Chiusi la conversazione con quel senso di amaro sconforto che già tante volte avevo provato: nella maggior parte delle persone queste immagini – ancora oggi – non suscitano nemmeno un piccolo fastidio e nemmeno una domanda. Anzi. L'affermazione del gestore, tuttavia, era preziosissima proprio perché spontanea e – a suo dire – ampiamente condivida da uomini e donne. Ancora una volta la pubblicità ci offriva lo spunto per capire a che punto siamo del lungo e tortuoso cammino delle moderne relazioni di genere. 
Strada difficile, discorso difficile. 
In ogni caso, non ebbi problemi a scegliere un'altra struttura a Viterboio non compro sessismo!  

II CASO
Oggi, grazie a una segnalazione del gruppo Facebook La pubblicità sessista offende tutti, mi sono imbattuto in un video del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi. Cinque stelle Lusso. Si tratta di un video e non di una fotografia, ma la questione non cambia. Le scene dovrebbero presentare la filosofia del marketing aziendale, filosofia del tutto coerente in questo caso con le altre immagini fisse che si ritrovano nel sito, a corredo della presentazione della struttura, con donne nella sauna, in piscina, donne che scendono dalla macchina con superminigonna ma senza testa ecc. Come ho detto sopra, il discorso per molti può essere difficile, sofisticato, stravagante e addirittura assurdo, ma se la direzione fosse interessata, sono disponibile ad approfondire in un dibattito pubblico videotrasmesso in diretta. 
La storia. 
Un uomo solo, non bellissimo, (questo per soddisfare il carattere "aspirazionale" della pubblicità: se vieni in questo hotel entri a far parte del mondo dei fighi) entra in hotel e non trova nessuno alla reception. Si guarda in giro e resta strabiliato nel vedere una scena che evidentemente lo mette in imbarazzo: vede un uomo di spalle che simula quello che iconograficamente si deve obbligatoriamente definire – a prima vista e per l'osservatore medio – come l'immagine vista da dietro di un uomo che ha un rapporto orale con una donna seduta di fronte a lui. Tutti i dettagli non ci consentono di pensare ad altro. Della donna non si vede nulla se non le bellissime gambe nude che si contorcono sensualmente e le solite scarpe col tacco da pubblicità sessista. Dopo un po' la bella trovata viene svelata e l'uomo si gira lasciando vedere la bellissima donna vestita (?) da Babbo Natale che stava confezionando un pacchetto. Il dono viene poi offerto al cliente con tanti auguri e una immancabile dose di sensualità. A parte la scelta della simulazione erotica che non lascia spazio ad alcuna discussione a meno di non voler essere in cattiva fede, vengono da fare almeno altre due considerazioni: perché occorreva far sedere una donna in una specie di anfratto della parete per confezionare uno stupido pacchetto, bastava un tavolo, come facciamo tutti e non una sedia, e perché doveva farsi aiutare da un uomo in un'operazione di tale banalità. Appunto! Non ce ne era alcun bisogno se non quello di metterla nascosta e seduta con un uomo davanti all'altezza giusta. L'incredibile scena con la donna seduta in luoghi improbabili si ripete prima al bar, dove l'uomo beve un drink in compagnia di un orsetto vestito anche lui da Babbo Natale e la donna gli confeziona una torta fatta sulle ginocchia e poi in camera dove la scena non cambia: qui la donna è addirittura seduta nell'armadio (!!!) sempre con la stessa simulazione e con imbarazzo divertito del cliente. In entrambe le situazioni, forse per pudore, il cliente chiude gli occhi dell'orsetto che guarda interessato. Dall'armadio la donna svelata esce con due e non tre bicchieri di spumante, evidentemente per sé e per il cliente. Dell'uomo della reception si sbarazzano senza problemi.
Dopo aver visto questo video ho cambiato la meta del mio soggiorno e ho scartato Forte dei Marmi dalle vacanze. Tuttavia, continuo a chiedermi "Perché?" Che bisogno ha una struttura di lusso di confezionare prodotti di comunicazione che di lusso non sono affatto. Come mai la comunicazione ha bisogno di queste donne che ci aspettano in sauna, in piscina, alla reception, sempre sensuali, bellissime, gentilissime, dispostissime? A chi sono rivolti questi messaggi? A coppie? A uomini soli? A uomini in cerca di compagnia? Alle famiglie non credo. Anche in questo caso, i commenti al post del gruppo su Facebook ci dicono che non tutti e non tutte hanno uno sguardo critico sulla pubblicità sessista e violenta. Non ancora. Dal canto mio, non ho voglia di chiedere niente alla direzione dell'Hotel perché ritengo che queste cose parlino da sole, si muovano autonomamente nel grande mondo dei segni contemporanei dove i codici esistono da decenni e sono universalmente conosciuti e compresi. Il ricorso all'"ironia" è patetico quando non disonesto. Le scelte di comunicazione non possono fare a meno di questa conoscenza: c'è una responsabilità che non si può ignorare quando si mettono in giro immagini e parole di pubblicità. Tutti ci vedono. Tutti assorbono. Tutti capiscono. Io pure capisco e a proposito di vacanze... ho deciso che cambio hotel: io non compro sessismo!  

martedì 13 dicembre 2016

Colgo l'ossasione offerta ancora una volta dalla ditta MELLUSO per mandare un caro saluto a tutte le amiche e amici che da molto tempo ormai hanno aderito al gruppo di Facebook LA PUBBLICITA' SESSISTA OFFENDE TUTTI. Seguo con attenzione le attività del gruppo e capisco che i risultati siano spesso deludenti e a volte scoraggino Annamaria che tiene le fila della moltitudine spesso silenziosa ma sempre indignata che ci accompagna: le campagne che ogni giorno invadono le nostre città continuano ad essere violente come e più di prima e sembra non cambiare assolutamente nulla nella consapevolezza di questa misera minoranza ignorante e arrogante che produce le campagne. 
In effetti, se posso offrirmi come testimone dopo 26 anni di studio del fenomeno tutto italiano e sud-europeo dell'affissione al pubblico di pubblicità violente (non basta definirle solo sessiste!!!), l'attenzione della massa della popolazione è decisamente scarsa e anche davanti a una sensibilizzazione forzata in convegni, dibattiti e seminari, registriamo come i valori che sottendono a quelle pubblicità sono ormai valori cristallizzati e consolidati in italiani e italiane giovani, adulti e anziani. Non in tutte e tutti, ma in quasi tutte e tutti, cioè in milioni e milioni di persone che sono disposti a tollerare e spesso addirittura a giustificare la pubblicità come fosse un elemento inamovibile della nostra società così violentemente capitalista. Altrimenti come spiegarsi la tracotanza di mettere quei manifesti giganteschi nella stazione centrale, sul viale dell'aeroporto, sui tram e sotto alle nostre finestre?
Che fare allora? 
Torniamo alle scarpe in oggetto.
1) Esce la campagna.
2) La vedo.
3) La guardo.
4) Capisco – anche se non sono uno studioso o una studiosa di iconografia, di arte o di marketing – che c'è una donna seminuda (che mi piace moltissimo se sono uomo e a cui  vorrei rassomigliare moltissimo se sono donna), con una spallina su e un'altra forse (comunque nascosta ad arte dalla mano della modella), che mi guarda e mette il più vicino possibile l'oggetto intramontabile del desiderio sessuale maschile, la bocca, e l'oggetto del desiderio commerciale, la scarpa. È facile, troppo primitiva per essere difficile, utilizza primordiali istinti animaleschi, per cui non posso non capire.
5) Mi fa schifo e penso che ferisca ancora una volta la mia immagine di donna perennemente oggettivata o di uomo maializzato.
6) Penso che possa ferire milioni di altre persone consapevoli e non.
7) Scrivo allo IAP! NOOOOOOO (vedi storie precedenti)
8) Scrivo al Comune? NOOOOOO (vedi storie precedenti)
9) Scrivo alla ditta? Forse.
10) Esco per fare compere. Entro in un negozio che vende le scarpe MELLUSO, le misuro, mi piacciono, vado alla cassa, estraggo un pennarello dalla borsa, prendo la scatola, ci scrivo sopra: IO NON COMPRO SESSISMO, le lascio sul bancone, esco anche senza salutare, attraverso la strada, entro in un altro negozio di scarpe che non fa pubblicità violente e compro un altro paio di scarpe, belle pure loro. Respiro profondamente e sono felice di aver scoperto quanto il mondo sia pieno di bellissime scarpe!
  

sabato 21 febbraio 2015

EXPOniamoci #6 - La ragazza con la camicia

Stessa idea: la ragazza con pochi o nessun bottone alla camicia. (v.#1)
Stesso palazzo: buon esempio di stereotipo urbanistico sessista a Milano. (v. #1 e #2)
Stessa marca: l'EXPO si avvicina, meglio non cambiare stile!!! (v. #1 e #2)
Stessi consumatori?