Gentili componenti del gruppo Fermati Otello!,
(alludo qui a uno scambio di post su facebook che potete facilmente ritrovare in data odierna) non ho ancora avuto il piacer di conoscervi ma vedo che anche voi state
ricominciando a percorrere strade di contestazione per le pubblicità
violente che invadono da almeno trent'anni con escalation
senza termine la nostra città, affiancandovi, invece che confluire, nei
tanti nomi e siglie che sembrerebbero essersene già occupate. Non
conoscendovi, non conosco il vostro livello di approfondimento sulla
questione ma, a giudicare dal cominicato, mi permetto di restare
perplesso e mi prendo il rischio di segnalarvelo pubblicamente. La
questione dell'interdizione di queste attività nefande va sostenute da
una conoscenza profonda dei temi e soprattutto delle storie precedenti
già avvenute, dei tentativi, delle possibilità reali, tutte cose che
hanno anche insegnato qualcosa a chi il problema lo ha visto più da
vicino: in altri termini, da uno studio vero del fenomeno stesso. La
citazione del comune di Milano, della sua attuale amministrazione e
addirittura del regolamento di cui si fa parola nel comunicato mi dice
invece che non abbiate studiato, nemmeno poco poco, l'argomento e che
ribattiate ancora una strada senza via di uscita. Non sta a me dire a
voi cosa fare, ma almeno volevo segnalarvi che il regolamento di cui
fate cenno è carta straccia, come dimostra la pubblicità cittadina negli
ultimi 12 mesi (cioè dopo l'emanazione del tanto citato regolamento).
Non parlo tanto per sentito dire, ma sono stato uno dei componenti del
tavolo dell'amministrazione che era nato proprio per contrastare la
marea di pubblicità pro-stupro che ci affliggono e che è miseramente
naufragato dopo poche e inutili riunioni. Il regolamento, contro cui ho
già preso immediatamente posizione, è del tutto inattuabile e,
suprattutto espressione di una mancanza di conoscenza reale del
fenomeno. Parlare contro un manifesto che inneggia a un culo di donna
non significa essere in grado di produrre politiche adeguate e
contrastarne la circolazione libera e incontrastata. Dopo 25 anni di
studio per strada e a tavolino del fenomeno sono giunto a una
conclusione amara e dolorosa che non sono queste le armi per contrastare
un fenomeno che invece trova profondo radicamento e consenso nella
nostra società, tanto nella componente maschile quanto in quella
femminile, soprattutto giovanile ma non solo. Le armi per tentare strade
nuove furono da me proposte alla compagine amministrativa che intendeva
agire, restando anch'esse carta straccia: erano strade scomode,
richiedevano una presa di posizione del Sindaco in prima persona su
questo argomento con un dialogo continuo e pubblico con la città. Tutto
questo non sta accadendo e credo che non accadrà. Ma, ancora una volta,
stiamo sbattendo contro il muro della politica e io mi tiro fuori. E
poi, scusate quest'aultima osservazione, se si scrive un comunicato a
giugno del 2014 contestando qualcosa che è avvenuta a giugno 2013 non si
dovrebbe scrivere "nello scorso giugno" altrimenti diventiamo subito
compiacenti con l'ente che intendiamo pungolare e, perché no?,
contestare. Bisognerebbe scrivere "sono già passati dodici lunghissimi
mesi o 36 lunghissimi mesi" se parliamo dell'elezione della nuova
amministrazione. Resto ovviamente ancora aperto alla discussione
sull'individuazioni di reali strategie per il contrasto di un fenomeno
che resta para-criminale, ma su basi più solide acquisite con esperienza
sul campo. Cari saluti, Ico Gasparri 12 giugno 2014 © foto
POI
Trattandosi qui di un blog sul consumo critico antisessista, è evidente che scivolerò via silenzioso con il mio carrello davanti al nettare di frutta in acqua santa SAN FRUIT SANT'ANNA che mi viene "astutamente" segnalato con meccanismo viscerale e animale di arrapamento. Arrapamento da pubblicità? NO GRAZIE abbiamo già i nostri problemi!
Il mercato è pieno di buona frutta da spremere senza spremersi dal desiderio erotico.
giovedì 12 giugno 2014
mercoledì 18 dicembre 2013
UN LIBRO A NATALE È BUONO (per sostenere la sostenibilità, come dice mio fratello Pino).
Quando ho pensato per la prima volta di pubblicare un libro che raccogliesse le foto più significative del mio lavoro... era tanti anni fa. Non era stata ancora coniata la parola "femminicidio", non c'era ancora lazanardo, e tante cose non erano ancora successe. Mi sembrava importante pubblicare quelle foto perché costituivano per me i fotogrammi scomposti e forse spaginati di un film che si stava girando sotto i nostri occhi, senza che riuscissimo a sentire il rumore della machina da presa. Una cosa zitta zitta, silenziosa silenziosa anche se spettacolarmente invadente e velenosa. Facevamo finta di non vedere e sorridevamo imbarazzati, perchè non volevamo apparire antichi di fronte al moderno che avanzava veloce. E zitt* siamo rimast* per tanto tempo. Mi ricordo che prendevo faticosi appuntamenti con editori che mi ricevevano a malavoglia e mi lasciavano deluso ogni volta di più perchè non mi degnavano di quel po' di attenzione che forse sarebbe stata necessaria. I più spudorati mi chiedevano dei soldi, facendomi capire che per denaro avrebbero pubblicato anche quella roba lì. Altri grandi e piccoli, di regine o indipendenti perdevano il progetto o mi facevano perdere la pazienza dietro mille telefonate. Arrivato al 18mo editore mi sono scocciato: questo bambinello doveva nascere, la gravidanza era oltre il termine. Allora ho concepito la mia seconda follia (dopo quella dell'auto-edizione del libro fotografico Capri!): pubblicarlo da solo, senza editori né distribuzione né libreria. Ma anche senza foto: costava troppo. È stato concepito come un libro di fotografie senza fotografie, ma solo con il testo. Le immagini erano scappate su un sito creato appositamente per economizzare sulla stampa. Ma alla fine è stata una mossa vincente. E così mi sono messo per sei mesi a riscrivere tutta quella complicata storia del lupo cattivo e l'11/11/11 il bambinello è nato. Solo solo, piccolo piccolo, ma bianco e rosso in volto. Sembrava in salute. Da allora si è comportato come un vero campione: mille copie vendute in due anni. Vendute una a una a persone che ascoltavano le mie conferenze o lo ordinavano per posta e io prontamente lo spedivo. Pochissimi omaggi perché il lavoro era a carico mio e doveva rendermi quel po' di denaro per andare avanti sulla strada del lupo, andare a fare conferenze gratuite nelle scuole occupate o conferenze mal pagate nei comuni occupati pure loro, ma dai politicanti. Nel più candido isolamento questo bambinello è cresciuto, senza nemmeno una recensione, mai un articolo su una testata importante, mai un'intervista al cocciuto autore che l'aveva scritto. Altro che "Usciamo dal silenzio" qui è stato un "precipitiamo nel silenzio". Ma non importa. Ne sono stato orgoglioso e soddisfatto sentendo quelle mille mani che mi hanno ringraziato, abbraciato spesso con occhi lucidi, quasi sempre senza parole ma con l'eco profonda di un dolore inconfessabile. Nelle oltre 90 conferenze di questi anni ho capito un milione di cose, ho scoperto territorio dell'animo unamo che immaginavo inesistenti, ho sentito storie che mi hanno cambiato dentro e fuori, ho forse aiutato donne e uomini a guardarsi dentro con più coraggio. Ne sono stato felice. Anche se non posso dire che non mi abbia fatto male tutto questo silenzio, questa indifferenza del mondo che detiene le manopole dell'informazione, questa diffidenza per un uomo che si occupava di "cose da donne".
Adesso sono rimaste le ultime 300 copie e mi piacerebbe vederle volare via in questa fine d'anno, come una cometa all'incontrario, che va dalla terra al cielo. Voglio passare ad altro, questo "testamento" sulla mia idea delle radici culturali della violenza sulla donna ha fatto la sua strada e sento il bisogno di andare altrove. Vorrei portare la mia macchina fotografica e la mia poesia su altre spiagge di diritti malconci, spiegazzati, strappati, calpestati.
Datemi ancora una mano. Comprate e regalate queste 300 copie così potrò finalmente lasciare questo libro ormai adulto e occuparmi di altre creaturine, pur sapendo che sarà difficile, oggi come ventiquattro anni fa. Ma voi ci sarete ancora. Lo sento. E le faremo crescere insieme queste creaturine.
Buon Natale
Ico
(ah, per sapere come fare a comprarlo andate sul sito www.ilmaestrodellupocattivo.it)
domenica 8 dicembre 2013
V come Vagina. Lettera aperta al dott.Stefano Beraldo Amministratore Delegato di OVS
| Milano 7 dicembre 2013 - Sant'Ambrogio |
La domanda che vorrei porre all'inizio di questa nostra conversazione (per il momento a senso unico) è se, come azienda e lei come singolo individuo e manager di carriera, siete venuti a conoscenza del fatto che una parte piccola – ma sicuramente in lenta e continua crescita numerica – della popolazione di questo paese sta cominciando a trovare non più accettabili certe campagne pubblicitarie che, per essere sintetici, rappresentano la donna in maniera inadeguata ai tempi moderni, sottovalutata, oggettivata (cioè trasformata e presentata solo come oggetto sessualmente desiderabile e disponibile), ridicolizzata, super-erotizzata, ridotta a puro specchietto sexy per le allodole (che dovremmo poi capire chi sono e cosa dovrebbero pensare queste allodole, secondo voi).
In altri termini, pubblicità che rappresentano pagine del grande e composito libro dove si insegna e si apprende quella che ormai viene definita abitualmente "la cultura della violenza sulla donna", dagli esiti imprevedibili e in troppi casi addirittura criminali.
Ma ci tengo a rassicurarla e, la prego, non mi fraintenda: ho detto "grande e composito libro", non ho detto "pallottola". In questo stesso libro trovano posto infatti anche tutte le altre migliaia di campagne pubblicitarie stradali sessiste d'Italia, insieme alla televisione pubblica e privata, ai giornali maschili e femminili, alla politica, ecc. ecc. che alimentano questa cultura.
Veniamo ora al manifesto in oggetto.
Seguo da tempo le vostre campagne, soprattutto quelle successive alla trasformazione del vecchio e un po' polveroso marchio OVS in uno più moderno, affidato a un logo composto dalle tre lettere bianche, lunghe e sottili. Quelle che vediamo appunto anche in questa campagna.
Veniamo ora al manifesto in oggetto.
Seguo da tempo le vostre campagne, soprattutto quelle successive alla trasformazione del vecchio e un po' polveroso marchio OVS in uno più moderno, affidato a un logo composto dalle tre lettere bianche, lunghe e sottili. Quelle che vediamo appunto anche in questa campagna.
In questo percorso ho notato che vi siete sempre posizionati sulla linea del cosiddetto "sessismo benevolo" cioè quella specifica rappresentazione della donna ai fini pubblicitari che rimane in maniera rassicurante all'interno di stereotipi ormai largamente accettati (ahimè) e che mettono mano alle categorie di bellezza, magrezza, giovinezza, liscezza, dolcezza, biondezza e via dicendo (libertà poetiche comprese). Questo sessismo, tuttavia, è pur sempre una forma di sessismo, anche se benevolo, e rimane in ogni caso discriminante. Discriminante nei confronti di
milioni di persone che non rientrano o
non rientrano pienamente negli stereotipi suddetti e che ci fanno i conti
tutte le mattine davanti allo specchio o il pomeriggio in palestra o la sera davanti al possibile
fidanzato. Vorrebbero assomigliare al/alla testimonial di
turno, ma non ci riusciranno neanche acquistando un capo OVS. Ma questo lo scopriranno dopo.
Lo stesso messaggio, con logica inversa, soddisfa invece la vostra missione di comunicatori "aspirazionali" nei confronti del pubblico: gli offrite un modello cui assomigliare. "Modello" inteso nei due significati di capo di abbigliamento e "modello" di comportamento, studiato per essere riconosciuto dal settore strategico del target cui la campagna è dedicata: ragazza carina acqua e sapone, oppure ragazza carina disinibita e provocante, giovanotto palestrato e simili.
In passato non avete mai sconfinato a mia memoria nel cosiddetto "sessismo malevolo", cioè quello che fa dei passi in avanti sulla strada del "modello", passando ad allusioni sessuali medie, pesanti e pesantissime che presentano, offrono, sempre la donna eccitante davanti ai nostri occhi di maschi ormai eroticamente sopraffatti da tanta inaspettata offerta di carta.
Oggi però mi avete sospreso.
Siete scesi anche voi sul terreno (innevato) della volgarità a dir poco, del sessismo velenoso a voler dire più precisamente. E che avete fatto, sicuramente dopo averne discusso e concordato in sede aziendale? Avete preso una ragazza simile al tipo medio del vostro repertorio d'immagine acqua e sapone, cioè non super-erotizzata e provocante, ma l'avete fatta accomodare con intimo in pizzo nero ben evidente, con le gambe nude talmente allargate da non entrare nella larghezza del cartellone, sulla neve, non prima di averla ridicolizzata con un paio di inutili occhialoni appesi al collo. Questa ragazza comunque non rinuncia alle sue tradizionali "armi" femminili, ci guarda fissa, determinata, non certo indisponibile, se dobbiamo dare credito a quel minimo di storia iconografica che da oltre 3000 anni ci accompagna, con le braccia in segno di attesa.
Ma ecco il capolavoro, quello che ai miei occhi sembrerebbe indicare addirittura una svolta di stile: il vostro triletterato marchio trova posto in quel golfo venutosi a creare tra le gambe aperte e i caldi stivaloni di pelo, e accoglie, manco a dirlo, la lettera V al centro di detto golfo, diciamo pure in corrispondenza del ventre della ragazza. Lo so che tutta la campagna è fatta con il marchio in quella posizione, indipendentemente dal soggetto, ma non l'ho mica deciso io!! Noi lo vediamo così, poco ci importa delle vostre regole grafiche.
Ma ecco il capolavoro, quello che ai miei occhi sembrerebbe indicare addirittura una svolta di stile: il vostro triletterato marchio trova posto in quel golfo venutosi a creare tra le gambe aperte e i caldi stivaloni di pelo, e accoglie, manco a dirlo, la lettera V al centro di detto golfo, diciamo pure in corrispondenza del ventre della ragazza. Lo so che tutta la campagna è fatta con il marchio in quella posizione, indipendentemente dal soggetto, ma non l'ho mica deciso io!! Noi lo vediamo così, poco ci importa delle vostre regole grafiche.
Ora, questa è una semplice descrizione dell'immagine (ragazza vestita così, seduta così, gambe messe così, scritta collocata colà ecc.). Le interpretazioni personali, soggettive, potranno tendere da una parte o dall'altra, a seconda degli interessi e della capacità di lettura dell'osservatore e anche la sua appartenenza di genere: uomo o donna che guarda?
Tuttavia, in attesa di queste considerazioni personali, non posso non ribadire ancora una volta un concetto fondamentale, un caposaldo: la comunicazione pubblicitaria a mezzo di pubblicità stradale sarà vista da tutte le persone che ci passeranno davanti e non potranno fare a meno di vederla. Potranno non guardarla o guardarla frettolosamente, ma l'immagine, insieme alle altre migliaia che ogni anno ci avvelenano l'anima, verrà memorizzata in qualche angolino del nostro cervello di uomini e di donne.
Ecco allora che la sua responsabilità di manager diventa più impegnativa, più stringente, più vincolante: tutti i possibili significati che un vostro cartellone porta con sé devono essere preventivamente analizzati e vagliati e, se necessario esclusi, al fine di non produrre nuove pagine di quel maledetto libro di cui sopra.
Ecco allora che la sua responsabilità di manager diventa più impegnativa, più stringente, più vincolante: tutti i possibili significati che un vostro cartellone porta con sé devono essere preventivamente analizzati e vagliati e, se necessario esclusi, al fine di non produrre nuove pagine di quel maledetto libro di cui sopra.
Questa vostra ragazza OVS sta cercando di venderci un top in pizzo – che si vede pochissimo – a soli 6,99 euro (scritta che si distingue male e si percepisce molto dopo le gambe della ragazza e la famosa V) ma sta anche rappresentando un modello di comportamento che potrebbe essere legittimo se inquadrato nell'ambito della nostra vita privata in cui siamo liberissimi/e – e ripeto liberissimi/e – di fare e vestire e allargare le gambe come e dove vogliamo, ma diventa "comunicazione obbligatoria", quindi veicolo di istruzioni e informazioni se stampato su un cartellone stradale. Sì lo so, avete chiesto al Comune di Milano (che lo ha concesso) il permesso di affissione della campagna ma con esso avete ottenuto il permesso di esposizione in piena strada di questa ragazza dalle gambe larghe e la V strategica per una quindicina di giorni, senza preoccuparvi di conoscere la nostra opinione in proposito.
Certo, mi dirà, sarebbe inattuabile un tale tipo di consultazione preventiva e concordo con lei. E poi... su quale gruppo di ricerca condurre l'intervista, selezionato come e da chi? Lasciamo perdere.
Proprio per questo siamo nelle sue mani.
Certo, mi dirà, sarebbe inattuabile un tale tipo di consultazione preventiva e concordo con lei. E poi... su quale gruppo di ricerca condurre l'intervista, selezionato come e da chi? Lasciamo perdere.
Proprio per questo siamo nelle sue mani.
Ecco allora che le campagne, anche le future OVS, soprattutto quando saranno rivolte al target "GIOVANI DONNE" dovranno essere più rispettose della salvaguardia di due diritti fondamentali: quello delle donne di non vedersi rappresentate sempre e solamente come degli oggetti sessuali da desiderare e possedere, ma come delle persone (una banalità che dobbiamo, purtroppo, ancora ripetere) e quello degli uomini – giovani e meno giovani – a essere lasciati tranquilli, senza queste continua fonte di eccitazione sessuale a portata di naso, perché moltissimi di noi non sono ancora capaci di filtrarle queste immagini e razionalizzarle con gli argomenti del rispetto e della civiltà che le renderebbero addirittura innocue e noiose.
Per concludere, le dico che questa lettera non la spedirò al suo indirizzo di ufficio, facilmente reperibile sul vostro sito, ma la affido anch'io a un pubblico di consumatori e consumatrici, come fate voi con i manifesti, un pubblico che frequenta il web e magari la rilancerà, finchè andrà nelle mani di qualcuno o qualcuna che potrà recapitargliela personalmente.
E se non le arriverà, pazienza. Anche il suo messaggio di invito al consumo OVS non mi è arrivato. Il mondo è pieno di magliette!
domenica 1 dicembre 2013
Dedicato alla Casa delle Donne di Jesi. Sportello antiviolenza. 29 novembre 2013
Foto: © Ico Gasparri 2009
Testo: © Ico Gasparri 2013
e quando ci chiese di alzarci...
quando chiese di alzarsi a tutte quelle di noi che nella propria vita avessero subito – in quanto donne – una qualche forma di violenza, di sopruso, di maltrattamento fisico o psicologico, economico, qualche discriminazione in casa, sul lavoro, nel mondo degli altri, davanti agli altri o nel chiuso della propria casa o nel recinto segreto delle nostre lenzuola... le luci si abbasarono (le luci si abbassano in sala).
Cominciai a volgere lo sguardo intorno a me senza voltare la testa; guardavo basso quelle due o tre sedute accanto a me, poi un po' più in là, finchè lo sguardo della testa-senza-rotazione poteva arrivare.
Poi guardai me.
Guardai le mie mani, le mie gambe e cominciai a pensare a me, alla mia storia.
Andai indietro alla ricerca di qualcosa che magari mi riguardava. Andai alla ricerca di ricordi ghiacciati e cominciai ad aprire i cassetti dei miei ricordi. Percepivo – con la testa sempre più incassata nel collo – che anche le altre stavano scavando come me e mi chiedevo con terrore cosa avessero scoperto loro nel ghiaccio dei ricordi.
Tiravio via lo sguardo quando inciampavo in qualcosa che mi bruciava, ma sentivo e rivedevo senza guardarli distintamente molti, troppi, episodi che mi avrebbero dovuto far alzare.
E mentre pensavo così...
E mentre pensavo così, sentii dietro di me una donna alzarsi, facendo un piccolo rumore con la sedia e con il cappotto che le cadeva. Non trovai la forza di voltarmi e mi domandavo chi fosse, che ricordi avesse trovato nei suoi cassetti di bambina, di ragazza o di donna.
E mentre pensavo così...
E mentre pansavo così, si alzarono allo stesso tempo due donne più avanti di me, una a destra e una a sinistra. Nella penombra vedevo bene le loro sagone e riconobbi Margherita, una mia amica del liceo che sedeva due file davanti a me. Mi fece male vederla in piedi. Non sapevo, non immaginavo perché.
Sentivo altri fruscii, altre poltrone chiudersi e cappotti buttati giù.
E io restavo seduta, con le gambe ormai di cemento pesante.
Restavo seduta guardando indietro come alla vita di un'altra.
Fui tra le ultime ad alzarmi, senza nemmeno che i ricordi vicini o lontani si fossero messi tutti correttamente a fuoco. Non ne avevo bisogno: quel ghiaccio mi diceva che le gambe pesanti dovevano muoversi.
In piedi, nel silenzio, la mia vicina, in piedi anche lei, mi strinse la mano che avevo appoggiato alla poltrona davanti a me per tenermi dritta.
Mi voltai un poco a guardarla, quel poco che mi consentì di vedere la mano del suo compagno, in piedi anche lui, stringersi alla sua, appoggiata alla poltrona davanti a loro. Vuota. Con una donna in piedi.
Per le donne della Casa delle Donne di Jesi.
Sportello antiviolenza.
Chiama il 366 48 18 366.
Testo: © Ico Gasparri 2013
e quando ci chiese di alzarci...
quando chiese di alzarsi a tutte quelle di noi che nella propria vita avessero subito – in quanto donne – una qualche forma di violenza, di sopruso, di maltrattamento fisico o psicologico, economico, qualche discriminazione in casa, sul lavoro, nel mondo degli altri, davanti agli altri o nel chiuso della propria casa o nel recinto segreto delle nostre lenzuola... le luci si abbasarono (le luci si abbassano in sala).
Cominciai a volgere lo sguardo intorno a me senza voltare la testa; guardavo basso quelle due o tre sedute accanto a me, poi un po' più in là, finchè lo sguardo della testa-senza-rotazione poteva arrivare.
Poi guardai me.
Guardai le mie mani, le mie gambe e cominciai a pensare a me, alla mia storia.
Andai indietro alla ricerca di qualcosa che magari mi riguardava. Andai alla ricerca di ricordi ghiacciati e cominciai ad aprire i cassetti dei miei ricordi. Percepivo – con la testa sempre più incassata nel collo – che anche le altre stavano scavando come me e mi chiedevo con terrore cosa avessero scoperto loro nel ghiaccio dei ricordi.
Tiravio via lo sguardo quando inciampavo in qualcosa che mi bruciava, ma sentivo e rivedevo senza guardarli distintamente molti, troppi, episodi che mi avrebbero dovuto far alzare.
E mentre pensavo così...
E mentre pensavo così, sentii dietro di me una donna alzarsi, facendo un piccolo rumore con la sedia e con il cappotto che le cadeva. Non trovai la forza di voltarmi e mi domandavo chi fosse, che ricordi avesse trovato nei suoi cassetti di bambina, di ragazza o di donna.
E mentre pensavo così...
E mentre pansavo così, si alzarono allo stesso tempo due donne più avanti di me, una a destra e una a sinistra. Nella penombra vedevo bene le loro sagone e riconobbi Margherita, una mia amica del liceo che sedeva due file davanti a me. Mi fece male vederla in piedi. Non sapevo, non immaginavo perché.
Sentivo altri fruscii, altre poltrone chiudersi e cappotti buttati giù.
E io restavo seduta, con le gambe ormai di cemento pesante.
Restavo seduta guardando indietro come alla vita di un'altra.
Fui tra le ultime ad alzarmi, senza nemmeno che i ricordi vicini o lontani si fossero messi tutti correttamente a fuoco. Non ne avevo bisogno: quel ghiaccio mi diceva che le gambe pesanti dovevano muoversi.
In piedi, nel silenzio, la mia vicina, in piedi anche lei, mi strinse la mano che avevo appoggiato alla poltrona davanti a me per tenermi dritta.
Mi voltai un poco a guardarla, quel poco che mi consentì di vedere la mano del suo compagno, in piedi anche lui, stringersi alla sua, appoggiata alla poltrona davanti a loro. Vuota. Con una donna in piedi.
Per le donne della Casa delle Donne di Jesi.
Sportello antiviolenza.
Chiama il 366 48 18 366.
martedì 24 settembre 2013
COCONUDA: ma mi faccia il piacere!
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| 2006 |
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| 2011 |
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| 2011 |
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| 2013 |
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| Oggi 24 settembre 2013 |
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| Oggi 24 settembre 2013 |
Come già preannunciato in questo blog, si sta allargando rapidamente, molto rapidamente, il gruppo dei/delle professionisti/e dell'antiviolenza sulla donna. Imprenditori che per anni, a capo di importanti aziende della moda, hanno diffuso milioni di metri quadrati di pubblicità violente, oggi si risciacquano in fretta e furia e improvvisano campagne che sembrano dirette addirittura contro il loro stesso passato. Nuove campagne e dichiarazioni spontanee contro la violenza sulla donna subentrano con disinvoltura ad anni di cultura e di campagne sessiste.
Certo, per sostenere questa mia affermazione occorre credere e voler ammettere che la cultura della violenza sulla donna, somministrata a intere generazioni di maschi e di femmine anche dalla pubblicità stradale violenta, abbia qualcosa a che vedere con le donne femminicidiate. Ma si tratta di collegamenti scomodi. Molto scomodi.
Allora io dedico un po' del mio tempo a scrivere queste rapide memorie, utilizzando documenti raccolti in tempi non sospetti, tempi in cui questo tema non era ancora così di moda, offrendo ai committenti un motivo – speriamo – di riflessione e alle future relatrici di conferenze comunali testi pronti da copiare e incollare. Anche senza citare la fonte, va bene lo stesso.
In questa campagna COCONUDA di oggi, dall'iconografia molto complessa, forse irrisolvibile, compaiono elementi usuali, come il pianto di una donna forse maltrattata (pianto che viene lasciato intuire dal trucco nero che cola), accanto a elementi equivoci come la coroncina sulla testa che non è volata via in una presumibile lite (?) generatrice del pianto, e un seno procace che spunta da una camicetta aperta ma non lacerata.
Le due figure della donna senza gonna e dell'uomo in jeans strappati alla moda sono sedute per terra e non sembrano aver litigato tra di loro. L'uomo appoggiato al muro – che dalla scritta in basso Fabio Coconuda capiamo essere l'imprenditore – si schiera dalla parte dei buoni e ci presenta, piccola ma chiara, la scritta BASTA nel palmo della mano sinistra.
La donna ci viene mostrata in primo piano con un'aria triste ma non drammatica; l'uomo lì presente non appare, tuttavia, come il suo maltrattante. Almeno non dal punto di vista iconografico. Un'altra raffinata – e vogliamo sperare involontaria – violenza nella rappresentazione di genere.
Et cetera...
Che dire al signor Fabio?
- che la lotta alla violenza è una cosa seria, terribilmente difficile e di lunga, lunghissima, durata;
- che la stessa testimonial Tatangelo era già stata vista mesi fa in una campagna nello stesso identico spazio della metropolitana milanese (vedi le due foto sopra), con il pube generosamente in vista e che forse era meglio cambiare, se proprio ci doveva essere una bellissima donna da mostrare contro la violenza;
- che negli anni scorsi avevo già fotografato altre campagne della sua azienda e le avevo inserite senza sforzo nella mia ricerca sui maestri del lupo cattivo: non erano proprio capolavori dell'antiviolenza;
- che tra queste campagne spiccava quella geniale invenzione del 2011 con l'incredibile marchio COCONUDINA, timido anticipatore delle sempre più numerose e anch'esse preannunciate campagne con bambine al posto delle adolescenti e delle donne adulte, della quale non ci deve sfuggire il doppio micidiale gioco di parole;
- che le campagne sociali le devono fare i ministeri (Nolita/anoressia docet);
- che siamo contenti, molto contenti, se gli imprenditori si ravvedono e vogliono fare campagne sociali, ma devono studiare meglio le regole della comunicazione, almeno quelle basilari, e bilanciare, ad esempio, la grandezza e l'impatto dei testi.
- che un imprenditore davvero animato da un desiderio di riscatto sociale deve mettere piccolo piccolo il nome della sua azienda, oppure toglierlo del tutto, e mettere grande grande lo slogan contro la violenza;
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| OGGI 24 settembre 2013 |
- che nella campagna in oggetto avviene l'esatto contrario di quanto detto (vedi foto sopra, in cui compare anche il cartello stradale del bambino con la cartella grande che porta a scuola la sorellina con la cartella piccola!!! Anche qui questione di pesi di genere);
- che, concludendo, in mancanza di quella che a mio avviso dovrebbe essere una minima e necessaria dose di credibilità, mi viene spontaneo rivolgerle la celebre frase di Totò: ma mi faccia il piacere!!!
Ico Gasparri
24 settembre 2013
mercoledì 18 settembre 2013
GRAZIATM. E la memoria ci venne in soccorso
E la memoria ci venne in soccorso e ci ricordò.
Del resto è il suo mestiere, della memoria, farci ricordare.La memoria è silenziosa
parla molto piano
e per intendere cosa ci sta dicendo
dobbiamo avere le mente libera
senza bozzoli di cotone.
Allora le chiesi di parlarci
con una musica forte e pizzicante
affinché saltassero
i tappi anche a quelle
che non volevano sentire
e lei mise la musica
ma i tappi non saltarono
e le menti ci apparvero immobili
sedute nella stanza
dai divani rossi.
Ico Gasparri
18 settembre 2013
mercoledì 11 settembre 2013
Milano: una grande bocca per una grande città. Grazie ATM
L'8 aprile 2013 (vedi il post più sotto) ho mandato una richiesta all'azienda di trasporti milanese ATM per offrire la mia consulenza (gratuita, peraltro) all'istituzione della prima FREE SEXISM ZONE costituita da un'area di loro pertinenza, vale a dire le reti metropolitane e la rete di superficie, libera da pubblicità violente. Naturalmente non mi hanno preso sul serio. Ottenere una qualche risposta è stata cosa lunga, faticosa e come al solito mortificante. La responsabile delle relazioni con il pubblico dopo circa 90 giorni mi ha scritto due righe, ormai inaspettate, in cui si dichiarava che tutto è sotto controllo, che loro già vigilano sui contenuti pubblicitari, che sono corretti, altrimenti le loro concessionarie interverrebbero ecc. ecc.
Nonostante lo sfinimento – rinforzato dai provvedimenti sulla pubblicità emessi nel frattempo della giunta milanese, meritevoli di una discussione a parte perché sembrano piovuti da un pianeta sconosciuto – questa mattina ho fotografato questa straordinaria campagna apparsa su tanti tram della città.
La sola cosa che ho la forza di fare è di pubblicare questa immagine fresca fresca qui, nel mio blog e di farla circolare nella mia rete chiedendo questa volta a voi di mandarla alla signora. Il nome non importa. Mandatela all'ATM, ai dirigenti che conoscete, agli impiegati, a chi volete, e se li conoscete di persona mandatela anche al sindaco, alle nostre rappresentanti in amministrazione (magari a voi rispondono) alle tante guru della pubblicità che amano tanto l'ironia per chiedere esattamente cosa intendono loro quando ci dicono che si stanno occupando del problema della violenza sulla donna nella pubblicità.
Nonostante lo sfinimento – rinforzato dai provvedimenti sulla pubblicità emessi nel frattempo della giunta milanese, meritevoli di una discussione a parte perché sembrano piovuti da un pianeta sconosciuto – questa mattina ho fotografato questa straordinaria campagna apparsa su tanti tram della città.
La sola cosa che ho la forza di fare è di pubblicare questa immagine fresca fresca qui, nel mio blog e di farla circolare nella mia rete chiedendo questa volta a voi di mandarla alla signora. Il nome non importa. Mandatela all'ATM, ai dirigenti che conoscete, agli impiegati, a chi volete, e se li conoscete di persona mandatela anche al sindaco, alle nostre rappresentanti in amministrazione (magari a voi rispondono) alle tante guru della pubblicità che amano tanto l'ironia per chiedere esattamente cosa intendono loro quando ci dicono che si stanno occupando del problema della violenza sulla donna nella pubblicità.
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