mercoledì 14 febbraio 2018

Qui non c'è niente da comprare.

In un blog che si pone come obiettivo la lotta alle radici culturali della violenza maschile e sociale sulla donna, attraverso la pratica e la riflessione intorno al consumo critico, cioè al rifiuto da parte del popolo consumatore di acquistare prodotti che vengono immessi sul mercato e reclamizzati attraverso campagne pubblicitarie dai contenuti sessisti, discriminanti e violenti, questo manifesto forse non dovrebbe starci. Esso reclamizza un prodotto immateriale, addirittura un'istituzione culturale con un progetto nobile, necessario, ma non presenta al pubblico un prodotto commerciale in senso stretto, qui non c'è niente da comprare, al massimo c'è un museo da visitare. 
Tuttavia, ritengo necessario, ancora una volta, ritornare su questo particolare capitolo del sessismo simbolico nei contenuti della comunicazione di massa, (il primo caso di questo particolare capitolo che potrei definire "istituzionale" da me denunciato fu quello clamoroso della campagna che lanciava l'apertura della Triennale Bovisa di Milano del 2006 di cui lungamente parlo nel mio libro Chi è il maestro del lupo cattivo? e che si può trovare al link: http://www.ilmaestrodellupocattivo.it/lc/) e vi dico perché: 
1) perché sempre di un'affissione pubblica si tratta, quindi a fruizione obbligatoria; 
2) perché l'ho visto e fotografato il 13 febbraio 2018, cioè pochi giorni dopo la tanto rumorosa quanto sporadica campagna di proteste contro il manifesto di cui al post precedente, che sembrava precipitato sulla terra in una città de-sessistizzata, dove nessuno avesse mai visto altre campagne da far rimuovere; 
3) perché l'affissione ha un anno di esposizione, cioè quel 5 marzo che leggete si riferisce al 2017, quindi è stagionata al punto giusto da evitare commenti del tipo "non abbiamo fatto in tempo a vederla"; 
4) perché sotto l'immagine c'è una lunga fila di loghi che rappresentano le nostre istituzioni più importanti, dall'UE alla città di Napoli; 
5) perché, tutto sommato, è un caso difficile, non di quelli che vengono prontamente criticati perché facili, osceni, volgari, come si dice per fare presto e male, quindi un caso su cui vale la pena di soffermarsi, almeno per discuterne la problematicità in un campo in cui certezze non ce ne sono per nessuno; 
6) perché nella sola piazza in cui ho fotografato questo manifesto c'erano contemporaneamente affisse almeno altre tre campagne sessiste differenti passate sotto silenzio, quindi lo prenderei in considerazione anche come campione di ampia distrazione-multipla-collettiva.
Detto ciò, il manifesto si commenta da solo! 
L'immagine contiene gli stereotipi classici del sessismo nella pubblicità, gli stessi dei detersivi, dei materassi, delle mutande ecc. 
La donna:
- viene presa a simbolo della comunicazione e ritenuta perciò necessaria e sufficiente sintesi dell'incitamento al "consumo" (anche se qui è culturale, poco cambia); 
e viene rappresentata
- da sola, 
- decotestualizzata, 
- in un non-lougo, 
- senza identità cioè senza testa né volto, 
- ovviamente nuda, 
- probabilmente bella,
- certamente sexy, 
- in una posa ammiccante, abbracciandosi da sola e con la testa inclinata, 
- con il logo della Città della Scienza inutilmente ripetuto e messo più grande in vicinanza del sedere, sedere che viene ipocritamente nascosto con delle nuvolette, 
- benché nuda e ridotta a scheletro, non rinuncia alla civetteria delle unghie smaltate, 
- con lo slogan "La tua Campania cresce in Europa" piccolo, anch'esso messo in prossimità del citato sedere.
Non so se della stessa campagna facessero parte anche scene con immagini maschili, ma francamente in questa sede non mi interessa nemmeno indagare: la piazza dello stadio in cui passeggiavo era occupata da questa scena e di questa mi sono occupato.
Questa volta non concludo come al solito dichiarando la mia intenzione a non comprare, anzi andrò anch'io sicuramente in questo museo perché la faccenda di questa cattiva comunicazione sembrerebbe svincolata dalle politiche culturali dell'istituzione stessa. Diciamo così: una brutta distrazione. 
Tuttavia, il caso deve farci riflettere su come il sessismo sia presente sempre e ovunque, a volte addirittura nelle campagne contro la violenza sulla donna. Il sistema di segni, simboli, significati che viaggiano alla luce del sole o filtrano nel subliminare è endemico, potente e pervasivo: tutt* ne siamo intris* e non facciamo la giusta attenzione quando, anche da pubblic* amministratori o amministratrici, dobbiamo dare l'autorizzazione per apporre un logo ed avallare una data campagna. 
Possibile che in tutte quelle istituzioni che hanno "firmato" la campagna non ci fosse nessun* che avesse avuto qualcosa da ridire in merito? 
Cerchiamo di farla crescere davvero questa Campania in Europa.

2 commenti:

  1. ma che ne sai che è sexy? A me non eccita per niente una immagine del genere, è un pezzo di corpo con una spina dorsale che più impersonale non si potrebbe. (resto contrario a usare immagini sexy per sponosorizzare ciò che non centra col sesso)

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  2. Grazie paolo per il commento lasciato a questo mio articolo. L'abitudine di discutere tra di noi via internet sta purtroppo prendendo il sopravvento togliendoci la possibilità di argomentare bene le nostra posizioni. Quello che avevo da dire sulla violenza sulla donna nella comunicazione l'ho scritto in tanti anni e qui non posso riassumerlo. Mi limito solo a dire che il problema "sexy" come lo hai interpretato tu non è un elemento che io tratto allo stesso modo. Favorevolissimo ad un incontro di persona per approfondire. qui possiamo solo fare sintesi. Grazie e ciao

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